martedì 20 settembre 2016

Una nuova cristiada contro il gender? La rivolta del popolo messicano contro la legislazione omosessualista

Nel 2011 il legislatore costituzionale messicano riformò l'Art. 1 della Costituzione introducendo l'"orientamento sessuale" tra i diritti umani. Nel 2015 la Corte costituzionale dichiarò illegittima la formula dell'art. 146 del Codice civile che definiva il matrimonio "un'unione libera tra un uomo e una donna ... con la possibilità di creare figli". Nel 2016 il Presidente messic ano Enrique Peña Nieto ha presentato un'iniziativa legislativa per l'introduzione del "matrimonio egualitario". Durante questi ultimi cinque anni è sorto in Messico un vastissimo movimento di resistenza cattolica contro il tentativo di sovvertire l'ordine naturale del matrimonio e della famiglia, un movimento tanto vasto e tanto avversato con gli strumenti del diritto penale e dell'oppressione legale dalle autorità governative che alcuni commentatori locali non hanno esitato a parlare di una nuova "cristiada". Nel completo silenzio degli organi di informazione europei riportiamo qui di seguito alcune considerazioni di una nostra lettrice messicana.

La società messicana, che è per il 90% cattolica, è stata scossa dall’attacco del governo alla famiglia e all’infanzia.

L’ideologia di genere fece apparizione ufficiale in Messico quando il 10 giugno 2011 il Diario Oficial de la Federación pubblicò la revisione dell’articolo 1 della Costituzione in materia di diritti fondamentali includendo tra i “diritti umani” le “preferenze sessuali” ed escludendo così ogni possibilità di discriminare in base alle stesse. In seguito la Corte Suprema Federale messicana con sentenza pubblicata nel Semanario Judicial de la Federaciòn il 19 giugno 2015 stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 146 del Codice Civile nel punto in cui definiva il matrimonio “la unión libre de un hombre y una mujer … con la posibilidad de procrear hijos". Nella nuova definizione codicistica di matrimonio scompare, come è già accaduto in molte legislazioni occidentali, la specificazione dei due sessi e il riferimento alla finalità procreativa:
Matrimonio es la unión libre de dos personas para realizar la comunidad de vida, en donde ambos se procuran respeto, igualdad y ayuda mutua. Debe celebrarse ante el juez del Registro Civil y con las formalidades que estipule el presente Código.
[Il matrimonio è l’unione libera di due persone per realizzare una comunione di vita nella quale entrambe le parti si rispettano e si aiutano reciprocamente nell’eguaglianza. Debe celebrarsi di fronte al giudice del Registro civile e con le formalità stabilite dal presente Codice]
Prima che si approdasse a questa situazione un gruppo di padri, proprio temendo che si fosse a un passo dalla costituzionalizzazione dell’ideologia di genere, aveva dato vita all’associazione Confamilia (vedi qui) con lo scopo di ottenere una modifica dell’articolo 4 della Costituzione per tutelare la famiglia e i minori e mettere quest’ultimi a riparo da tale ideologia. Confamilia riuscì a raccogliere 240.000 firme che furono consegnate alla presidenza del Senato della Repubblica. Così per la prima volta nella storia messicana fu esercitato il diritto di iniziativa legislativa popolare.

É stato il 17 maggio del corrente anno, mentre si celebrava la giornata internazionale contro l’omofobia, che il Presidente Enrique Peña Nieto ha presentato, in aperta contrapposizione con quella già depositata da Confamilia, un’iniziativa di revisione del medesimo articolo 4 della Costituzione finalizzata all’introduzione del “matrimonio egualitario” nell’ordinamento messicano. Per giustificare questo atto il Presidente si è appellato al testo dell’articolo 1 della Costituzione come modificato nel 2011 adducendo il divieto di discriminazione in base all’orientamento sessuale. Contemporaneamente Nieto ha annunciato la revisione del Codice Civile Federale che poi ha portato all’abrogazione di tutte le disposizioni contenenti norme ritenute discriminatorie, l’approvazione di leggi destinate a incidere sull’insegnamento nelle scuole e l’inclusione del Messico nella Commissione delle Nazioni Unite. Tutte le riforme a favore dell’ideologia di genere trovano copertura nell’affermazione del diritto alla non discriminazione in base all’orientamento sessuale.

É stato subito chiaro che l’ideologia di genere è favorita dalle istituzioni che fanno sistema con le Nazioni Unite e con la l’agenda globale per la diffusione del gender. Di fronte a questi fatti la risposta della Chiesa non è stata uniforme. Alcuni settori sono rimasti in silenzio, altri, che hanno espresso il proprio dissenso, sono stati attaccati non soltanto dalla comunità gay ma anche dallo stesso governo.

Da quando i mass media e i membri del governo hanno iniziato a sostenere che dietro all’associazione di pardri Confamilia c’è la Chiesa, si è iniziato a minacciare sacerdoti, vescovi e cardinali di azioni legali in applicazione dell’art. 130 della Costituzione che proibisce a qualsiasi ministro del culto di interferire negli affari dello Stato. A partire da quel momento è stata scatenata una campagna di aggressioni contro la Chiesa cattolica.

La Chiesa, in realtà, ha appoggiato il movimento dei padri messicani ricorrendo alla pastorale. C’è stata un’intensa campagna di evangelizzazione sulla famiglia, sui suoi fondamenti e sulle sue sfide, sul matrimonio tra uomo e donna. D’altro canto in questo contesto è risultato del tutto chiaro che la Chiesa non chiede la discriminazione degli omosessuali.

In seguito più di cento istituzioni messicane si sono quindi unite per respingere le proposte del Presidente Nieto ed hanno dato vita al Frente Nacional por la Familia (vedi qui) che ha organizzato marce simultanee in tutto il paese. E i media, il governo e i sostenitori del gender hanno ribadito che a organizzare e a convocare queste manifestazioni è la Chiesa cattolica, dando così adito a nuova una serie di aggressioni, di offese e di attacchi mediatici agguerriti alla Chiesa.

Il 16 agosto 2016 la Conferenza Episcopale Messicana ha emesso un comunicato ufficiale indirizzato a tutti gli Arcivescovi e ai Vescovi delle Diocesi messicane (vedi qui). Con questo documento la CEM dà pieno appoggio al Frente Nacional por la Familia e dichiara di essere contraria alla proposta del Presidente della Repubblica di introdurre il cosiddetto “matrimonio egualitario”, inoltre chiede al clero messicano di unirsi a questa causa dando sostegno e animando questa alleanza tra famiglie. In particolare i Vescovi messicani affermano e difendono il principio secondo cui “il futuro dell’umanità si forgia nel matrimonio e nella famiglia naturale”. Infatti di fronte alla presente situazione è “di fondamentale importanza condividere, appoggiare e dare risonanza sociale alla nostra convinzione sul bene del matrimonio, della famiglia e della vita”.

Passati pochi giorni dalle marce ciò che i cattolici messicani stanno vivendo è una pesante aggressione da parte dei mezzi di comunicazione che lasciano intendere che marciare per i diritti della famiglia e per quelli all’educazione dei figli sarebbe già un atto di discriminazione nei confronti degli omosessuali.

Un’argomentazione così carente di senso è accompagnata dalla violenza che i movimenti LGBT stanno esercitando contro le iniziative del Frente Nacional por la Familia. Naturalmente gli attacchi hanno per oggetto la famiglia tradizionale, ma colpiscono con ancora maggior enfasi la Chiesa cattolica. Se si considera che, per la maggior parte, i messicani sono cattolici e la religione cattolica rappresenta un ostacolo alla realizzazione del progetto omosessualista in Messico, tutto ciò diviene comprensibile.

Tale aggressione della Chiesa risale ad anni fa e si può affermare che si inasprì con lo scandalo del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, e di alcuni altri sacerdoti. La comunità gay trovò in questi fatti l’occasione per accusare di corruzione e di ipocrisia ogni sacerdote e per chiedere che alla Chiesa fosse negata il presupposto morale e la libertà di esprimersi contro l’ideologia di genere.

All’inizio la Chiesa assistette attonita a questa campagna diffamatoria. Provava ancora vergogna per il caso Marcial Maciel e altre vicende analoghe e non osava dire alcunché.

Il silenzio della Chiesa e lo sconcerto causato dagli scandali provocò in molti fedeli una tale delusione da indurli a passare alle sette evangeliche che negli ultimi anni hanno visto accrescersi le loro fila. E ancora il silenzio della Chiesa, la sua ritrosia a intervenire in gravi svolgimenti, permise all’ideologia di genere di penetrare facilmente nella società.

In seguito alcuni vescovi, di fronte al diffondersi sempre maggiore dell’ideologia di genere nella società, mostrarono coraggio e iniziarono nelle loro rispettive diocesi un’azione pastorale in difesa del matrimonio e della famiglia. Tale azione fu accompagnata da una serie di chiarimenti sulla posizione della Chiesa verso gli omosessuali. Il movimento LGBT, abituatosi all’inerzia della Chiesa, guardò questa ripresa con disapprovazione.

Vedendosi minacciata dall’azione dei cattolici la comunità gay ha iniziato ad reagire in un crescendo di attacchi alla Chiesa. Allo stesso tempo, atteggiandosi a vittima, si è rivolta al governo chiedendo il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Fino a oggi sono riusciti portare di fronte ai giudici membri della Chiesa come per esempio i Cardinali Norberto Rivera Carrera, Juan Sandoval Íñiguez, Francisco Javier Chavolla, Francisco Moreno Barron. Secondo la comunità LGBT a queste azioni se ne aggiungeranno altre dopo le marce del 10 e del 24 settembre in modo tale da colpire ogni ecclesiastico che appoggia il Frente Nacional por la Familia con l’accusa di violazione dei diritti fondamentali e di incitazione all’odio e all’omofobia.

Ancor prima della prima marcia era apparsa nella rete la lettera (vedi qui) che Monsignor Daniel Alberto Medina Pech, già denunciato di omofobia dalla comunità LGBT, aveva indirizzato al Presidente della Repubblica. I fedeli messicani e molti sacerdoti ne trassero gran forza spirituale.

Le marce, alle quali hanno partecipato quasi un milione e duecentomila persone, per lo più di religione cattolica, sono state una risposta pubblica della società pressoché senza precedenti in Messico.

È evidente che le dichiarazioni della comunità gay, il suo estremo atteggiarsi a vittima, hanno guadagnato vasti consensi alla causa omosessualista. È stata esagerata la discriminazione sociale, soprattutto da parte della Chiesa, fino al punto di imputare la responsabilità degli assassinii di alcuni omosessuali e transessuali a questo o a quel sacerdote che si è espresso a favore del matrimonio naturale.

Le dichiarazioni della comunità gay e dei suoi sostenitori abbondano di offese rivolte non soltanto ai membri della gerarchia cattolica, ma a tutte le persone che difendono la propria fede. I militanti omosessuali che offendono senza alcun ritegno i cattolici, sono gli stessi che si atteggiano continuamente a vittime.

Gli omosessuali non hanno mai subito in Messico particolari discriminazioni, perché gran parte della società è contraria ad atti di sopraffazione nei loro confronti. Senza alcuna considerazione di questo contesto sociale non ostile gli omosessuali sono scesi sulle strade a marciare mostrando apertamente e pubblicamente la propria condizione con lo scopo di ottenere il riconoscimento della stessa e del proprio orientamento sessuale.

Una volta conseguito questo risultato, hanno preteso il riconoscimento del diritto a convivere more uxorio con tutte le conseguenze giuridiche che una simile configurazione giuridica implica.

Di fronte al letargo della Chiesa e della società e alla progressiva realizzazione delle aspirazioni del movimento omosessualista, la comunità gay ha iniziato a lottare per l’approvazione del “matrimonio egualitario” e del diritto di adottare figli da parte delle copie omosessuali.

Tra gli obiettivi difesi dal Frente Nacional por la Familia non ve n’è uno che attenti alla dignità di singole persone o gruppi. Tutti hanno un contenuto positivo, non lesivo di posizioni altrui, affermativo di diritti che si considerano essere stati violati. Ciò che si chiede al governo è la loro piena restaurazione: la conservazione del matrimonio tale e quale esso è stato per secoli.

Alla completa assenza di odio e di volontà di discriminare nelle rivendicazioni del Frente Nacional por la Familia la comunità LGBT risponde impegnandosi a evitare a ogni costo che le manifestazioni pubbliche a favore della famiglia possano avere luogo.

Non sfugge il fatto che che non soltanto la società messicana ma, in generale, le società di tutto il mondo soffrono una profonda crisi morale e di identità, e che ciò ha causato uno sfaldamento molto grave dei corpi sociali fino al nucleo stesso della famiglia. Di qui la necessità di recuperare i fondamenti della famiglia tradizionale che negli ultimi decenni sono stati erosi e smarriti.

Una marcia a favore del matrimonio e della famiglia tradizionale deve ancora realizzarsi in Messico. Il 24 settembre 2016 tutta la società messicana è stata infatti convocata a Città del Messico.

Ci sono esponenti del governo messicano e della comunità LGBTI che sostengono che, nonostante la marcia, saranno approvate le iniziative legislative del Presidente della Repubblica, altri affermano che la loro discussione e la loro approvazione sarà rinviata, altri più ottimisti credono che la marcia di Città del Messico servirà a evitarne l’approvazione.

Il risultato di questo grido di disapprovazione della società messicana, cattolica nella sua maggioranza, di fronte alle mire del Presidente Nieto è incerto. Non v’è dubbio tuttavia che la Chiesa e la società messicana si sono ridestate e che non cadranno più nel sonno. In qualunque caso, sia o meno approvata l’iniziativa sulla recezione legislativa dell’ideologia di genere in Messico, esse saranno sentinelle dell’integrità del matrimonio e dell’infanzia.

Jolanda Bañez

mercoledì 9 marzo 2016

Su un portone di via Santa Maddalena. Mario Palmaro in memoriam.

Nel secondo anniversario della morte di Mario Palmaro pubblichiamo un saggio di Andrea Sandri sul filosofo del diritto. 

“Filosofo del Diritto”

Quando il 10 marzo dell’anno passato mi recai a visitare le spoglie mortali dell’amico Mario Palmaro e, dopo avere percorso parte di via Santa Maddalena che, attraversando verticalmente la Monza antica, conduce al fiume Lambro, mi trovai di fronte al portone del cortile dove si affaccia nel silenzio la sua casa, su quello stesso portone lessi l’annuncio funebre che mi parve tanto ovvio quanto rivelatore: “Mario Palmaro. Filosofo del Diritto”.
Sapevo che, di fronte all’ineluttabilità dell’esito prossimo dei suoi giorni terreni, Mario aveva predisposto personalmente il proprio funerale. In un’epoca in cui tutto è affidato alla convenzionalità e all’arbitrio non confidò negli uomini di Chiesa che progettano riti come insensate figure, e volle che il breve tempo cerimoniale in cui il suo corpo sarebbe stato consegnato alla terra non venisse sottratto al tempo certo e immutabile della sacra liturgia. Nonostante attriti e opposizioni, il giorno dopo il funerale fu celebrato da don Marino Neri nel Duomo di Monza secondo le forme antiche e apostoliche della Chiesa.
Queste esigue osservazioni anticipano già molto di quel che si dovrà qui dire. Al breve tempo cerimoniale del suo congedo Mario si consegnò con il proprio status, quasi con le proprie insegne come soleva l’antica aristocrazia, con quello che fu ed è, un filosofo del diritto. E con quelle vesti, che trascendono ogni transitoria qualificazione accademica e indicano la sostanza di una vocazione ben corrisposta, ci ha dato l’ultimo saluto.
Non è dunque cosa vana, per ricordarlo, indugiare su ciò che Mario Palmaro disse di sé sul limitare della propria esistenza terrena.
Il “filosofo del diritto” è una figura oggi tanto attuale quanto problematica proprio dal momento in cui la “filosofia” e il “diritto” si incontrano in uno spazio in cui è stato da tempo negato ogni fondamento.
Il diritto, dopo la definitiva crisi della scienza giuridica di cui ormai si celebra un più che centennale anniversario, ha cessato di essere una grammatica concettuale capace di frenare persino la violenza del potere costituente, ed è divenuto il risultato di quella stessa posizione normativa. La perfidia con cui Rudolf von Jhering alla fine del secolo XIX annunciava, irridendo alla grandezza di Savigny e Puchta, un’epoca in cui il bel organismo è perduto e al suo posto noi abbiamo azoto, ossigeno etc.”[1], risuona e si perpetua in ogni atto legislativo che dissolve il “bel organismo” della famiglia e dell’ordine delle cose per restituire improbabili molecole sociali. D’altro canto la filosofia - invece di rilevare e respingere gli errori di una volontà legislativa, che, abbandonata e tradita la propria grammatica concettuale, si arma ad affrontare un ben più severo guardiano – ora si attesta alla descrizione di un fluire di fatti e di sensazioni che si lasciano guidare dalle norme poste, ora eleva a valori alcune tendenze generali della legislazione, ora, invece, esercita una mera critica logico-formale della posizione delle norme.
Il filosofo del diritto, come anche il giurista che in un sistema dell’immanenza potrà facilmente confondersi con il primo, può adeguarsi a questi sviluppi limitandosi a descrivere i nuovi coacervi normativi (le molecole jheringiane appena accennate), giudicarli secondo i valori, allineandosi per lo più al grande valutatore costituente, e determinarne la vigenza secondo i criteri della logica formale (limitarsi a dire se, in base ai processi di produzione delle norme, la norma che approva la creazione di un mostro sociale sia vigente) – può naturalmente fare prevalere uno di questi punti di vista inquadrandosi comunque in una delle scuole accette al “pensiero dominante”.
A ben vedere mero fatto, valore e norma sono gli elementi di una giurisprudenza senza realtà e senza fondamento: il mero fatto acquista significato attraverso la norma e l’ordinamento delle norme si stabilizza apparentemente alludendo a una funzionalità alla tutela del valore. Se si considera però la natura del valore come posizione della volontà costituente si comprende come il valore non sia altro che l’estremo luogotenente della realtà e dei suoi ordini, e, in fondo, l’oblio della stessa realtà o la sua più radicale falsificazione – quasi una caverna platonica della giurisprudenza nella quale si producono intere progenie di falsificazioni[2]. Emancipare il pensiero giuridico dalla tirannia del “valore costituzionale” significa sempre restaurare la vigenza della verità, la conoscenza della natura delle cose e la scienza giuridica, e tale è l’autentica alternativa che si offre alla filosofia del diritto e alla giurisprudenza.
I lettori di Mario Palmaro conoscono per lo più il critico profondo e intelligente delle falsificazioni della legislazione. Negli articoli risalenti alla collaborazione a Il Cittadino e, più tardi, nei saggi apologetici scritti per Il Timone e altre riviste, come anche in alcuni importanti volumi monografici[3], Palmaro indaga e letteralmente smonta (sospetto con grande invidia e disappunto dei suoi contraddittori) gli argomenti e l’ideologia degli “istituti” moderni dell’aborto, dell’infanticidio, dell’eutanasia, dell’inseminazione artificiale, delle unioni civili e del “matrimonio” omosessuale. Ma è in tre articoli inseriti nel volume sul Relativismo giuridico, scritto con Luca Galantini e pubblicato nel 2011[4], che Mario Palmaro risale allo sfondo e alle cause prime delle falsificazioni altrove puntualmente denunciate, allo spazio in cui il “filosofo del diritto” può decidere se essere se stesso o abdicare al proprio status. Mario non abdicò.

La precarietà del valore

Negli scritti appena menzionati il “valore” non è certamente considerato il fondamento oggettivo dell’ordinamento giuridico. Esso è piuttosto l’instabile cristallizzazione di una affermazione assoluta della libertà dell’uomo intesa come “sorgente autonoma di valori umani” cui fa da controcanto la “sfiducia nella possibilità stessa di cogliere razionalmente in modo oggettivo la categoria valori”[5]. Il valore è pensato dal moderno pensiero giuridico come un limite immanente di un’unica volontà-libertà che è egualmente imputata all’unico individuo, si tratti del singolo oppure dello Stato sovrano; ed è perciò prodotto di un’auto-posizione ossia di un’auto-limitazione il cui segno è ben coglibile nelle costituzioni moderne. I testi costituzionali, scrive Palmaro, sono “in fondo il luogo ‘di confine’ fra diritto positivo e legge non scritta, luogo nel quale gli Stati secolarizzati hanno tentato di formalizzare un nucleo di valori, un nocciolo duro di principi di rango appunto costituzionale, nel tentativo di sottrarre alla dialettica delle maggioranze mutevoli almeno alcune ‘verità’ inerenti la vita in comune degli uomini”[6].
Queste considerazioni sul “valore” tengono Mario Palmaro lontano non soltanto dalla tradizione dell’idealismo, estetico e politico, kantiano ed hegeliano (dalla pur interessante interpretazione hegeliana di Kant[7]) che, dopo avere dichiarato l’impossibilità per l’intelletto di conoscere gli scopi nella natura e nelle realtà politiche umane, afferma la costitutività della ragione rispetto ai fini e dei fini rispetto agli organismi concreti finalmente ricompresi come razionali, vernünftig[8] (gli stessi contro i quali si avventò nichilisticamente l’Interessenjurisprudenz di Jhering), ma anche dalle letture della realtà costituzionale basate sui parametri diltheyani delle “scienze dello spirito” secondo le quali le “collettività sono soltanto la configurazione unitaria delle esperienze vissute di senso degli individui[9].
Nella netta distinzione tra “libertà presupposta”, come “potere del singolo di scegliere tra bene e male”, e la “libertà ideale”, come scelta del “bene”[10], si afferma l’impossibilità che la libertà, quale “qualità ontologica dell’uomo”, sia in sé “una qualità morale” e quindi che possa realizzarsi autonomamente come “libertà ideale” dandosi il contenuto della propria determinazione e trascendendo se stessa. Al contrario simile passaggio verso la “libertà ideale” può accadere autenticamente e in maniera stabile soltanto se la “libertà presupposto” sceglie il “bene” e la “verità” come realtà esterna, data, conoscibile, non posta dalla propria volizione.
Una comunità umana che si integra attraverso i “fini” posti dal soggetto e attraverso le “esperienze vissute di senso degli individui” è destinata a cadere nell’occasionalismo della decisione e della volizione secondo cui la “scelta è già etica” purché “sia compiuta dal soggetto in assenza di qualunque vincolo e obbligo”[11] e proprio per questo, senza che si possa ricavare alcuna contraddizione rispetto a un decisionismo privo di contenuto reale, nel dominio dell’ironia e della possibilità in cui vide la malattia del suo e del nostro tempo Søren Kierkegaard[12].
La modernità, che recide il rapporto tra la “libertà presupposto” e il fondamento reale della sua determinazione riservando a quest’ultimo l’oblio, rivela in fondo l’irrazionalità del valore, il suo “nulla”, che è il vero presupposto della pura positività delle norme[13]. Infatti proprio il bene e la verità costituiscono ordinamenti morali e giuridici metapositivi, la grammatica che giudica ogni legislazione conferendole essere o non essere giuridico. In questo senso osserva significativamente Palmaro, registrando gli sviluppi moderni,  che “gli Stati hanno dovuto riempire quel vuoto angosciante con nuovi valori e nuovi contenuti che hanno orientato i sistemi giuridici nella direzione opposta a[gli] antichi principi” della morale classica e del diritto naturale[14].

La convenzionalità

Mario Palmaro denuncia il nichilismo della moderna “giurisprudenza” e non crede che una pennellata di benniano “smalto sul nulla”[15] possa frenare l’abisso, i suoi mostri e le sue falsificazioni. Rivelata la natura apocrifa dei “nuovi valori”, il “filosofo del diritto” indaga i processi giuridici con i quali si cerca di ammantare il vuoto.
Lo svuotamento delle basi dell’ordinamento giuridico, che coincide siffattamente con la sua assoluta positività, segue ben precise scansioni storiche[16] che conducono, di neutralizzazione in neutralizzazione, fino alla “dottrina pura del diritto” di Hans Kelsen[17]. La Grundnorm (norma fondamentale) kelseniana, in quanto norma “non posta” bensì “presupposta” proprio perché fondante un ordinamento meramente positivo, è stata fatta oggetto di molteplici interpretazioni, tra queste il tentativo notevole di Alfred von Verdross di leggervi, nonostante tutto, un rinvio all’ordinamento internazionale compreso come vigenza del diritto naturale secondo la tradizione iniziata da Francisco de Vitoria e ripresa da molti autori nel secondo dopoguerra.
In realtà l’affermazione della Grundnorm è un’esigenza intrinseca al positivismo giuridico che si fa tanto più evidente e potente quanto più la volizione si separa dalla cosa voluta, dal suo contenuto reale o anche solo ipotetico. Ciò che i giuristi ottocenteschi, come Georg Jellinek e Raymond Carré de Malberg, chiamano “fatto fondativo” o “della nazione” per rescindere l’ordinamento delle norme da ogni possibile deduzione da un diritto naturale, è ulteriormente rimosso da Kelsen come unrein, impuro. La rimozione delle etiche nazionali, che ancora si celavano nei “fatti fondativi” e colmavano di “contenuto di senso” codici e costituzioni dando vita ad altrettanti “sistemi chiusi” sotto la volta rovinata degli antichi universalismi, è descritta da Mario Palmaro, quasi in un divergente accordo con le previsioni kelseniane della realizzazione di una “civitas maxima”[18]: “La sovranità nazionale coincideva con un’autonomia giuridica, solo in parte resa meno rigida dal diritto internazionale e da eventuali trattati stipulati con altre nazioni. Nel giro di pochi anni questo modello si è sgretolato sotto i nostri occhi: le nuove tecnologie e le migliori vie di comunicazione e di trasporto hanno accorciato o addirittura annullato le distanze geografiche, agevolando la nascita di un nuovo modello economico che è stato definito, com’è noto, globalizzazione”[19]. Questo movimento, invece di adeguare il diritto all’umanità (era già stata l’illusione di de Vitoria e di Suarez a ridosso della Riforma e della scoperta del Nuovo Mondo), allarga quasi all’infinito la competenza della volontà; sicché la Grundnorm appare vieppiù come la metafora della definitiva e universale sostituzione dell’“uomo-che-conosce la realtà”, e “ne è costitutivamente vincolato”, con l’“uomo-che-vuole” il quale “è invece svincolato dalla realtà … ed esprime una potenza che è insieme azione e guida del suo agire”[20]. L’“uomo-che-vuole” è, e non è, ciascuno, è insieme e indifferentemente il “pacifista” che pone la Grundnorm nell’ordinamento complessivo dell’umanità e il “nazionalista” che la colloca ancora nell’ordinamento statale, è principalmente l’“osservatore”, perché se fosse esclusivamente l’uno o l’altro uomo, l’ordine delle delle norme perderebbe la propria purezza[21]. L’“uomo-che-vuole” è per il positivismo giuridico e, da ultimo, per Kelsen lo stesso io dell’idealismo privato di ogni razionalità.
Come è stato osservato per la “dottrina pura del diritto”, ma ciò vale per il positivismo giuridico in genere, la volontà “lega fattispecie e conseguenza arbitrariamente”[22], ed è proprio a partire da questo irrazionalismo del fondamento che si comprende la genesi necessariamente convenzionale del diritto su cui si sofferma Mario Palmaro: al di sotto della volontà come unico fondamento ogni regola non può che essere convenzionale ossia estranea a ogni condizionamento reale, fisico o metafisico.
La volontà – l’“uomo-che-vuole” – per positivizzarsi deve trovare e porre una prima regola e un procedimento per volere successivamente.
L’“uomo-che-vuole” potrebbe indifferentemente autorizzare un unico individuo a volere, sicché le sue successive volizioni sarebbero convenzionalmente vincolanti per un gruppo sociale o per l’intera umanità; tuttavia l’irrazionalità del fondamento trova una più consona espressione, quasi il proprio “diritto naturale”, nella “democrazia procedimentale” nella quale, per definizione, “non esiste alcun nesso logico tra la volontà della maggioranza e la ragionevolezza di una certa scelta giuridico-politica”[23]. Anche se non è esclusa una democrazia che riconosce nella verità il proprio limite e fondamento (tali furono le democrazie antiche e la stessa democrazia americana nel momento della sua fondazione[24]), per l’irrazionalismo del fondamento e per la convenzionalità della prima autorizzazione la democrazia diventa occasione di propagarsi ad ogni livello dell’ordinamento rendendo relativa e provvisoria ogni scelta in quanto volizione della maggioranza: relativizzando ogni rapporto e separandolo dalla propria natura reale e costante. Si realizza qui  progressivamente e in maniera sempre più palese quella separazione tra forma giuridica e natura delle cose che Palmaro ravvisa attraverso il notevole parallelismo tra la “rivoluzione dell’arte moderna”, descritta dallo storico dell’arte Hans Sedlmayr, e la “rivoluzione del diritto moderno”. Ciò che si dice dell’architettura moderna, che “l’edificio non è più sottoposto alle leggi inviolabili e immutabili della fisica, ma se ne distacca … introducendo l’idea che siano stabilite di volta in volta dall’architetto”, può affermarsi anche del diritto; l’“uomo sceglie, in entrambi i casi, di recidere le proprie radici”[25].
A livello legislativo e sub-legislativo la volontà separata dalla natura inizia a operare more geometrico tracciando figure strane ed estranee non solo alla tradizione giuridica ma allo stesso ordine naturale. Anche a questo punto arte e diritto procedono secondo vite parallele. Come “l’architettura si avvicina alla purezza assoluta almeno laddove lo scopo non è preso sul serio, e diviene ‘un pretesto per realizzare idee puramente architettoniche’”, così “è la norma positiva a definire il senso e la portata  dei fenomeni, senza in ciò essere vincolata a un criterio oggettivo di verità”[26].
Sulla linea di questo orizzonte, in cui emergono le nuove figure, il “filosofo del diritto” individua e critica nei suoi scritti, con una sensibilità necessariamente teratologica, le falsificazioni e i mostri che oggi affollano la vita attiva di ognuno.

Il fondamento reale

Come si è visto, Mario Palmaro non indugia in una critica immanente al positivismo giuridico la quale si serve di “valori”, “contenuti di senso” e “oggettivazioni dello spirito”, bensì si colloca – seguendo anche alcune riflessioni di Josph Ratzinger[27] - sul terreno sicuro del realismo giuridico risalente ad Aristotile, a Cicerone, ai grandi giuristi romani e medioevali e naturalmente a San Tommaso d’Aquino.
A differenza della giurisprudenza moderna, che prende avvio dall’“uomo-che-vuole”, la giurisprudenza classica - e con classica si intende certamente: perenne - è rappresentata dall’antitetico “uomo-che-conosce” per il quale, proprio perché “conoscere la verità è possibile, e quindi necessario”, la “natura” non ha cessato di essere “un mirabile territorio di ricerca che rimanda al suo Artefice”[28].
Nel mondo artificiale e auto-posto dell’“uomo-che-vuole” tutto è atto della volontà e tutto è perciò serrato nell’immanenza e nella sua immancabile e disperata ironia. A questo mondo, in cui trascendenza, posizione degli scopi e conoscenza sono, sicut umbrae, finzioni della volontà, si oppone il mondo reale che ha in Dio un autore esterno, trascendente, razionale e libero, e che, proprio perché creato secondo un principio razionale (San Tommaso direbbe: conformemente alla lex aeterna) e quindi liberamente, obbedisce a un fine: qui “ogni cosa ha un significato e una perfezione da realizzare”[29].
L’uomo, che è creatura e partecipa dell’ordine del creato, è razionale e ordinato a un fine; conosce il proprio fine come riflesso, nel proprio intelletto, della legge in base alla quale fu creato ed è governato l’intero creato; e può raggiungere questo fine osservandolo, al principio, in quanto legge naturale o morale. La realtà del mondo creato, il fine del mondo e il fine dell’uomo, la realtà stessa del Creatore stanno di fronte all’uomo e lo trascendono, sicché esclusivamente in rapporto a queste realtà l’uomo è in tutto l’“uomo-che-conosce”, l’uomo la cui volontà può determinarsi realmente rispetto al bene e al vero, alla verità (rispetto alla quale il valore è soltanto un idolo), e così divenire “volontà ideale”[30].
In questo sistema ogni atto di legislazione avviene nell’ambito della previa determinazione della conoscenza e della volontà rispetto al bene e alla verità in modo tale da contribuire a fondare, a ogni livello sociale, un ordinamento politico e giuridico giusto e stabile perché fondato sulla (conoscenza della) realtà e sui suoi ordini.

Il fabbro e il nocchiero

Come è noto, conformemente alla metafora del De regimine principum di San Tommaso d’Aquino[31], la previa determinazione della conoscenza e della volontà rispetto al bene e alla verità naturale corrisponde all’arte del carpentiere che costruisce la nave e la governa, mentre la nave per raggiungere il proprio porto ha bisogno del nocchiero. All’interno di questa stessa metafora il carpentiere rappresenta la potestà del principe che deve fondare, dare ordine e guidare lo Stato al bene naturale; il nocchiero l’autorità del Pontefice che indica all’intera società statale, al di là del conseguimento del bene naturale, la via per la contemplazione dell’ulteriore e ultimo bene  sovrannaturale, della Verità di Dio.
Soprattutto ai suoi primordi la modernità giuridica ha spesso recepito la metafora di San Tommaso, amputandola tuttavia della parte sul nocchiero. Con tale operazione si è ora voluto neutralizzare il conflitto religioso ora cercare eguali diritti umani (così de Vitoria e Suarez) nella comune umanità.
Ne sono tuttavia scaturite due principali conseguenze. Da una parte, anche se non si è necessariamente dovuto subito proclamare l’etsi Deus non daretur, l’eliminazione del nocchiero dal sistema ha favorito l’inizio del processo di secolarizzazione compiutosi con la reine Rechtslehre; dall’altra assieme al Pontefice è scomparsa dal sistema un’auctoritas capace di pronunciare universalmente il contenuto del diritto con l’ulteriore conseguenza dell’evoluzione delle comunità politiche verso la sovranità – anch’essa, insieme alla secolarizzazione dei principi giuridici, fondamentale momento genetico del positivismo giuridico. Si vuol insomma dire che le comunità politiche, che, per definizione, sono potestates (e non auctoritates), si trovarono nella condizione di pronunciare originariamente il contenuto del diritto non con un atto di autorità, ma di voluntas, dando di fatto inizio alla legislazione moderna.
Mario Palmaro dimostra chiaramente di non trascurare alcuno di questi due processi e considera entrambi problematici o meglio falsi sviluppi cui porre rimedio.
Per il “filosofo del diritto” è evidente che, se privato dell’indicazione di Dio, il sistema dell’“uomo-che-conosce” è destinato alla corruzione e al ribaltamento nella sua antitesi dell’“uomo-che-vuole”. Infatti “l’uomo senza Dio si costruisce degli idoli, nessuno dei quali è in grado di soddisfare l’esigenza che l’uomo ha del vero Assoluto. Il sistema normativo perde la sua forza, perché separato irrimediabilmente dalla sua radice metafisica. Perciò un idolo abbatte l’altro, un codice di norme decreta il fallimento del codice precedente”. E ancora con maggior evidenza si osserva che se “l’ipotesi di Dio non è razionalmente contemplabile né egli è conoscibile dalla ragione umana, allora tutto il sistema normativo ricade sotto il ‘volontarismo’ arbitrario dell’uomo”[32].
Quanto al secondo processo - che si estende al primo se si ritiene che l’indicazione di Dio, al di là dalla conoscenza naturale della sua esistenza disponibile a ogni uomo, è nella competenza del Pontefice -, esso non emerge direttamente nelle pagine che sono state qui esaminate. Tuttavia è cosa del tutto palese che Mario Palmaro considerava l’autorità della Chiesa e del Papa come momenti necessari di chiusura e di perfezione di un ordinamento giuridico e politico reale – perché appunto il Papa indica Dio e i suoi misteri a tutte le genti e pronuncia universalmente lo jus e la regola morale come nessuno Stato può fare; alla stessa stregua in cui vedeva nella profonda crisi attuale della Chiesa un preoccupante fattore di distruzione (anticristica) del mondo degli uomini e dei suoi ordinamenti.
Ciò è ben testimoniato da molti testi scritti in collaborazione con Alessandro Gnocchi, soprattutto l’intervista al superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X Monsignor Bernard Fellay[33]La bella addormentata[34] e gli articoli pubblicati ne il Foglio a partire dall’ottobre del 2014[35]. Ma è forse nella lettera scritta al direttore della Nuova Bussola Quotidiana Riccardo Cascioli che Mario Palmaro, a pochi mesi dalla sua morte, colse in tutta la sua immediatezza il nesso tra la crisi della Chiesa e la tragica dissoluzione degli ordinamenti civili: “Il mio problema è la Chiesa cattolica. Il problema è che in questa vicenda, in questo scatenamento planetario della lobby gay, la Chiesa tace. Tace dal Papa fino all’ultimo cappellano di periferia. E se parla, il giorno dopo Padre Lombardi deve rettificare, precisare, chiarire, distinguere. … Il problema è nostra Madre la Chiesa, che ha deciso di mollarci nella giungla del Vietnam: gli elicotteri sono ripartiti e noi siamo rimasti giù, a farci infilzare uno dopo l’altro dai vietcong relativisti”[36].

Jus Mos Fas

Il 9 marzo 2014 il “filosofo del diritto” Mario Palmaro se ne andò da questo mondo ben consapevole di avere indossato degnamente fino all’ultimo le insegne del proprio status, perché seppe, come quasi nessun giurista sa più fare, coniugare nella sua opera e nella sua vita i pilastri che ressero il più grande degli imperi, l’impero per il quale pregarono i martiri e che fu infine cristiano – jus, mos e fas.  




[1] W. Wilhelm, Metodologia giuridica nel secolo XIX, Milano 1974, Giuffré, p. 93.
[2] C. Schmitt, La tirannia dei valori, cur. F. Volpi, Milano 2008, Adelphi, passim.
[3] Si veda soprattutto, M. Palmaro, Aborto e 194. Fenomenologia di una legge ingiusta, Milano 2008, Sugarco; e Idem, Eutanasia: diritto o delitto? Il conflitto tra i principi di autonomia e di indisponibilità della vita, Torino 2012, Giappichelli.
[4] L. Galantini -  M. Palmaro,  Relativismo giuridico. La crisi del diritto positivo nello Stato moderno, Milano 2011, Vita & Pensiero. Si tratta dei seguenti testi: Il relativismo come fondamento della democrazia? Joseph Ratzinger e il problema della fondazione dei diritti umani (pp. 35-46), Hans Kelsen e le radici convenzionali delle democrazie procedurali (pp. 47-61) e Il diritto in crisi. Hans Sedlmayr, la rivoluzione dell’arte moderna e la rivoluzione del diritto moderno (pp. 63-76).
[5] M. Palmaro, Il relativismo come fondamento della democrazia?, cit., p. 36.
[6] Ibidem, p. 44. Corsivo mio.
[7] Esemplarmente già G. W. F. Hegel, Zum Mechanismus, Chemismus, Organismus und Erkennen, in Idem, Wissenschaft der Logik, Bd.II, GW., vol. 12, 1981, pp. 259-298; it.: Idem, Sul meccanismo, il chimismo, l’organismo e il conoscere, Trento 1996, Verifiche.
[8] Fondamentale la svolta in I. Kant, Critica del giudizio, Bari 2005, Laterza, pp. 179-180: “Se è dato invece soltanto il particolare e il giudizio deve trovare l’universale, esso è semplicemente riflettente. … Il giudizio riflettente, che è obbligato a risalire dal particolare della natura all’universale, ha dunque bisogno di un principio, che esso non può ricavare dall’esperienza perché è un principio … Questo principio trascendentale il Giudizio riflettente può dunque darselo esso stesso come legge, non derivarlo da altro” (c.m.). A ben vedere in quest’ultima proposizione è contenuta in nuce tutta la problematica della moderna giurisprudenza.
[9] Vedi R. Smend, Costituzione e diritto costituzionale, Milano 1988, Giuffré, pp. 62-66. Corsivo mio.
[10] M. Palmaro, Il relativismo come fondamento della democrazia?, cit., p. 37 ss.
[11] Ibidem, p. 40. Sul concetto di occasionalismo vedi le puntuali osservazioni di K. Löwith, Storia e fede, Bari 2000, Laterza, p. 97.
[12] M. Palmaro, Il diritto in crisi. Hans Sedlmayr, la rivoluzione dell’arte moderna e la rivoluzione del diritto moderno, cit., p. 71.
[13] Così M. Haase, Grundnorm Gemeinwille Geist, Tübingen 2004, Mohr Siebeck, p. 59. Si veda in prospettiva E. Kaufmann, Critica della filosofia neokantiana del diritto, Napoli 1992, ESI, passim, che ravvisa nel normativismo kelseniano il risultato della rimozione della metafisica dal sistema di Kant.
[14] M. Palmaro, Il diritto in crisi, cit., p. 65.
[15] Così G. Benn, Gesammelte Werke, Bd. III, Stuttgart 1996,  definiva poeticamente il rapporto tra il “nulla” e il suo rivestimento estetico: “Das ist der Mensch von heute,
/ das Innere ein Vakuum,
/ die Kontinuität der Persönlichkeit
/ wird gewahrt von den Anzügen,
/ die bei gutem Stoff zehn Jahre halten – Questo è l’uomo d’oggi, / il vuoto all’interno / la continuità della personalità / è garantita dai vestiti / che, se di buona stoffa, durano dieci anni”.
[16] Così lo stesso M. Palmaro, Hans Kelsen e le radici convenzionali delle democrazie procedurali, cit., pp. 59-61. In particolare sul finire di questo scritto individua una ben precisa linea di pensiero: Marsilio da Padova (1275-1343) che introduce la genesi convenzionale dello Stato; Niccolò Machiavelli (1469-1527) che coniuga, secondo occasione e convenienza, convenzionalità e geometria del potere; Jean Bodin (1530-1596) che introduce il concetto di sovranità senza tuttavia negare Dio come limite del potere; Ugo Grozio (1573-1646) che fonda convenzionalmente la sovranità etsi Deus non daretur; Galileo (1564-1642) e Cartesio (1596-1650) che teorizzano e introducono il pensiero geometrico; Thomas Hobbes (1588-1679) che “dà piena attuazione politica agli sviluppi del pensiero moderno” fondando convenzionalmente la sovranità e attribuendo un potere geometrico al principe; Hans Kelsen (1881-1973) che “realizza la congiunzione fra le geometrie legali e il modello democratico moderno”.
[17] Così lo stesso M. Palmaro, Hans Kelsen e le radici convenzionali delle democrazie procedurali, cit., pp. 59-61.
[18] H. Kelsen, Il problema della sovranità, Milano 1989, Giuffré, pp. 461-469.; Idem, Teoria generale del diritto e dello Stato, Vicenza, 1963, Comunità, pp. 391-392, 394. La tesi del monismo della “civitas maxima” (anche nella biasimata forma del solipsismo statale) sostenuto da Kelsen si invera, oltre che nella negazione dell’autonomia dei corpi politici intermedi e della proprietà individuale nello Stato, nel toglimento del pluralismo degli Stati sovrani e dunque in una perfetta sincronia del genere umano.
[19] M. Palmaro, Il diritto in crisi, cit., p. 64.
[20] M. Palmaro, Il relativismo come fondamento della democrazia?, cit., pp. 41-42.
[21] H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato, cit., pp. 391-392, 394.
[22] M. Haase, Grundnorm Gemeinwille Geist, cit., pp. 59 ss.
[23] M. Palmaro, Hans Kelsen e le radici convenzionali delle democrazie procedurali, cit., p. 59.
[24] Ibidem, p. 58: “I fondatori di quel nuovo Stato non avrebbero potuto scrivere alcuna Dichiarazione d’indipendenza, se non avessero affermato anche una ‘verità sull’uomo’. Una verità non arbitraria, ma riconosciuta grazie all’esistenza della legge naturale”.
[25] M. Palmaro, Il diritto in crisi, cit., p. 68.
[26] Ibidem, p. 40.
[27] Soprattutto J. Ratzinger, L’elogio della coscienza. La verità interroga il cuore, Siena 2009, Cantagalli, p. 50.
[28] M. Palmaro, Il relativismo come fondamento della democrazia?, cit., p. 41.
[29] Ibidem, p. 37.
[30] Ibidem, pp. 37-40
[31] Tommaso d'Aquino, De regimine principum, Siena 1981, Cantagalli, pp. 56 ss.
[32] M. Palmaro, Il diritto in crisi, cit., p. 69, 76.
[33] A. Gnocchi - M. Palmaro, Tradizione. Il vero volto. Chi sono e che cosa pensano gli eredi di Lefebvre. Intervista a Monsignor Bernard Fellay, Milano 2009, Sugarco.
[34] A. Gnocchi - M. Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Firenze 2011, Vallecchi
[35] Poi raccolti con un’introduzione di Giuliano Ferrara in A. Gnocchi - M. Palmaro, Questo Papa piace troppo, Casale Monferrato 2014, Piemme.
[36] L’intero testo può essere consultato in http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-fumo-di-satana-nella-chiesa-8142.htm.

Fonte: A. Gnocchi (cut.), Mario Palmaro. Il buon seme fiorirà, Fede & Cultura, Verona 2015.

mercoledì 6 gennaio 2016

Procidentes adoraverunt eum. Padre Adrian Fortescue sulla liturgia dell'Epifania

A mo' di seguito della nota sulla liturgia del Natale (vedi qui) pubblichiamo un altro breve passo de The Ceremonies of Roman Rite Described di Padre Adrian Fortescue. Mentre rinviamo alla bella meditazione sulla festa dell'Epifania di don Pierpaolo Petrucci (vedi qui).

L’epifania, dal punto di vista liturgico è una delle grandi feste dell’anno. Non ha vigilia né ottava. Il suo colore è il bianco. Il Matutino dell’Epifania inizia con una forma speciale. Non si dice l’invitatorio, né il Domine, labia mea aperies e neppure il Deus in auditorium. L’Ufficio inizia subito con la prima antifona. Nella Messa si fa una genuflessione alle parole del Vangelo Procidentes adoraverunt eum.
Nelle cattedrali e nelle principali chiese di ogni luogo sono annunciate, dopo il Vangelo, le principali feste mobili dell’anno. Se si fa ciò, in sagrestia si prepara un piviale bianco per il sacerdote, o il diacono, che darà l’annuncio. A tal scopo si colloca un leggio sul lato del Vangelo del coro oppure si utilizza il pulpito. Il sacerdote, o il diacono, che annuncerà le feste si reca in sagrestia durante il graduale e indossa il piviale sulla cotta. Esce, fa la consueta riverenza ad Altare, celebrante e coro, e quindi annuncia le feste. Nel Pontificale le feste sono annunciate in forma cantata all’inizio della terza parte.
Dal 7 gennaio al 12 gennaio l’Ufficio è quello della feria del tempo di Epifania. Le antifone e i salmi, nonché i versetti dell’unico notturno del Matutino, sono quelli della feria corrente; il resto dell’Ufficio è quello della festa dell’Epifania eccetto che per le Lezioni che sono quelle della Scrittura del giorno con i loro responsori (un tempo utilizzate durante l’Ottava). Il Te Deum è detto al Matutino. La Messa è quella dell’Epifania fino alla Prima Domenica dopo l’Epifania. Dopo questa Domenica si omette il Credo e si dice il Communicantes comune. Durante il tempo di Epifania le Messe da requiem di quarta classe sono proibite.

Fonte: A. Fortescue, The Ceremonies of Roman Rite Described, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2003.

giovedì 24 dicembre 2015

Noctem santissimam celebrantes. Una nota edificante di Padre Adrian Fortescue sulla liturgia del tempo di Natale

Padre Adrian Fortescue (1874-1923) fu importante figura intellettuale e religiosa tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del XX (vedi qui una biografia scritta da Michael Davies). Erede del Movimento di Oxford e dell’epoca del cattolicesimo inglese inaugurata dal Beato John Henry Newman fu autore di numerosi scritti storici, liturgici e teologici (vedi qui un'antologia) e del famoso manuale di liturgia cattolica The Ceremonies of Roman Rite Described (1917) (vedi qui). Dall’edizione più recente di quest’ultima opera (rivista dal benedettino Alcuin Reid e pubblicata nel 2003 con l’introduzione del Cardinal Castrillón Hoyos) riportiamo, nella nostra traduzione, la prima parte del paragrafo dedicato alla liturgia di “Christmas and Epiphany” (seguirà nei prossimi giorni il testo sull’Epifania). La descrizione di Fortescue della liturgia del tempo di Natale, pur estremamente asettica, non perde mai di vista la complementarietà tra regole sull’Ufficio e regole sulla Santa Messa e lascia presagire l’immutabile bellezza del tempo redento.

La Vigilia di Natale è una vigilia di prima classe; il suo colore è il viola. Qualora cada nella quarta Domenica d’Avvento, l’Ufficio è interamente quello della vigilia senza alcuna commemorazione della domenica – al Matutino l’invitatorio Hodie, l’inno Verbum, le nove antifone e il Salmo della domenica, le tre lezioni dell’omelia della vigilia con i loro responsori, nessun Te Deum. La Messa è quella della vigilia, si omette il Gloria, l’Alleluia e il versetto dopo il graduale, il prefazio della Trinità e l’Ite missa est. Qualora la Vigilia di Natale coincida con la quarta Domenica d’Avvento, prende il posto della Domenica che non è commemorata.
La festa di Natale ha un’ottava di seconda classe, i giorni fra l’ottava sono giorni liturgici di seconda classe e sono regolati in maniera speciale; anche il giorno dell’ottava (1 gennaio) è un giorno liturgico di seconda classe ed è chiamato “Ottavo giorno dalla Nascita del Signore”.
I giorni fra l’ottava di Natale sono regolati in maniera speciale:

Il 26 dicembre è festa di Santo Stefano Protomartire (II classe);
Il 27 dicembre è festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista (II classe);
Il 28 dicembre è festa dei Santi Innocenti, Martiri (II classe);
Il 29 dicembre si commemora San Tommaso Vescovo e Martire (II classe);
Il 31 dicembre si commemora San Silvestro Papa e Confessore (II classe);

Delle feste particolari sono ammesse quelle di prima classe e, soltanto a mo’ di commemorazione, quelle in onore dei santi che, in questi giorni, sono contemplati nel calendario universale; le altre sono spostate dopo l’ottava.
L’Ufficio della Domenica fra l’ottava di Natale, tra il 26 e il 31 dicembre, è sempre celebrato, in conformità alle rubriche, con la commemorazione della festa del giorno. Tuttavia, se la domenica coincide con una festa di prima classe, allora la festa è celebrata con la commemorazione della domenica.
Il tempo di Natale va dai primi Vesperi di Natale al 13 gennaio incluso. Questo periodo comprende a) il tempo della Natività che va dai primi Vesperi di Natale alla Nona incluso il 5 gennaio; b) il tempo dell’Epifania, che va dai primi Vesperi dell’Epifania del Signore al 13 gennaio incluso.
Il colore del Natale è il bianco. In questo giorno (che inizia con la mezzanotte) ogni sacerdote può dir Messa tre volte. Non è a ciò necessario alcun privilegio. Il Messale prevede tre Messe, una per la notte, una per l’alba, una per il giorno. Se il sacerdote dice Messa una sola volta, deve scegliere quella che meglio corrisponde all’ora in cui celebra. La stessa regola si applica al sacerdote che dice due Messe. Se ne dice tre, deve dire le tre Messe previste, nel loro ordine, quale che sia il momento in cui celebra.
In questa notte non è permesso, senza un particolare indulto, dire messe meramente private [id est: né cantate, né conventuali, né ad un orario fissato in una chiesa pubblica per il popolo]. A mezzanotte è consentito un solo tipo di Messa, conventuale o parrocchiale. Dovrebbe essere, se possibile, una Messa solenne: tuttavia è consentita la celebrazione di una Messa cantata o di una Messa bassa, se è l’unica cui il popolo può assistere, ed è detta in mancanza di una Messa solenne. Non può iniziare prima della mezzanotte. Durante la Messa di mezzanotte al popolo è consentito di ricevere la Santa Comunione, salvo che, per qualche ragione, il Vescovo lo proibisca. Coloro che si comunicano devono astenersi dal cibo solido e dalle bevande alcoliche per tre ore prima della Comunione, dagli altri liquidi (eccetto l’acqua) per un ora.
Qualora sia recitato o cantato il Matutino in chiesa prima della Messa di mezzanotte […], il celebrante, al momento di intonare l’inno Iesus redemptor omnium, deve divaricare le mani, levarle e congiungerle inchinandosi verso l’altare.
In ogni Messa cantata nel giorno di Natale il celebrante e i suoi ministri si inginocchiano sul gradino inferiore di fronte all’altare o sul lato dell’Epistola (oppure possono inginocchiarsi dinnanzi ai sedilia) e si inchinano alle parole Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. Se non hanno ancora lasciato l’altare, scendono di un gradino, si inginocchiano sul bordo della predella e si inchinano.
Una speciale formula è inserita nella preghiera Communicantes del Canone.
Con questa formula il celebrante pronuncia le parole noctem sanctissimam celebrantes alla prima Messa (quale che sia l’ora in cui celebra); alla seconda e alla terza Messa e durante l’ottava di Natale egli dice: diem sacratissimum. Durante la seconda Messa, anche se solenne, si commemora Sant’Atanasia.
Al Vangelo della terza Messa il diacono, che lo legge, e tutti gli altri, eccetto il diacono che regge il libro e gli accoliti, si genuflettono alle parole Et verbum caro factum est – il diacono verso il libro, tutti gli altri verso l’altare. L’ultimo Vangelo della terza Messa è omesso. C’è una particolare disciplina del periodo tra il 2 e il 5 gennaio. L’ufficio (salvo il ricorrere di una festa) è quello di una feria di quarta classe. Il Te Deum è recitato al Matutino. La conclusione degli inni e dei versetti del breve responsorio è quella della Natività. La Messa è quella del 1 gennaio ma senza il Credo e con il Communicantes comune. Durante questo periodo sono proibite le Messe di Requiem di quarta classe.

Fonte: A. Fortescue, The Ceremonies of Roman Rite Described, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2003.

sabato 12 dicembre 2015

"Fino a sedere nel tempio di Dio" (2 Tess 2, 4). Alcune riflessioni di Alessandro Gnocchi sulla natura anticristica dello spettacolo "Fiat lux" in vaticano

Pubblichiamo qui di seguito le assai significative riflessioni di Alessandro Gnocchi sullo spettacolo "Fiat lux" proiettato nel giorno dell'Immacolata Confessione sulla Basilica di San Pietro a Roma. L'intera sequela dei fatti e la particolare natura degli attori dietro e di fronte alle quinte fanno pensare a un evento anticristico che getta un'ombra sinistra sul Giubileo. Beninteso, non è perciò necessario evocare l'imminenza dell'Anticristo apocalittico, anche se con un antico autore benedettino si può ripetere, dinnanzi a tanta desolazione, che "è un anticristo chiunque si oppone a Cristo" - "Christo contraria faciet" (Adson, De ortu et tempore antichristi, Turnhout 1976, Brepols, p. 3).

Redazione di Riscossa cristiana, 10 dicembre 2015. Come è buon uso nelle vicende in cui la paternità dei fatti diventa evanescente con il crescere dei rumori di sconcerto e di dissenso, anche in questo caso conviene cominciare dalla fine: è sempre lì che si trova la rivendicazione. E mentre le rivendicazioni delle Brigate Rosse si trovavano nelle cabine telefoniche o nelle mense aziendali, mentre quelle del terrorismo 2.0 si trovano nei siti web, quella dell’osceno spettacolo che la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, ha profanato la basilica di San Pietro si trova sulla piccola Pravda del sedicente cattolicesimo italico, detta anche “Avvenire”. A pagina 8 del numero in edicola oggi, giovedì 10 dicembre, a firma Mimmo Muolo il giornale dei vescovi italiani spiega che le critiche “circolate attraverso i social network non sembrano tener conto di un elemento che fonti vaticane sottolineano invece con convinzione: Si è trattato di un momento perfettamente in linea con l’insegnamento della Laudato si’. In pratica la sua trasposizione per immagini, un modo per parlare della bellezza del creato e per far riflettere sull’attività umana che quella bellezza sta mettendo a rischio”. Così dixit “Avvenire” che, per completezza di rivendicazione, spiega pure che la proiezione è stata “realizzata con il patrocinio della Banca Mondiale e offerta a titolo gratuito al Vaticano”.

Per gli amanti del genere, nella stessa pagina della piccola Pravda del sedicente cattolicesimo italico, c’è anche il momento della tenerezza, con l’intervista a Louie Psihoyos, il regista dello storico evento, che comincia così: “Il Papa non l’ho incontrato, ma qualcuno mi ha detto che ha guardato le immagini che scorrevano su San Pietro dalla finestra della sua stanza e che gli è piaciuto”. Dato che non c’era nessuna immagine di Nostro Signore a ingombrargli la vista, e dato che con cotanto evento iniziava in modo trionfalistico il giubileo della sua canonizzazione mondana, non si capisce come avrebbe potuto essere altrimenti.

D’altra parte, non si potevano nutrire dubbi sulla paternità degli avvenimenti. Con una rivendicazione preventiva, l’orrenda messa in scena era stata annunciata da monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione delle Nuova Evangelizzazione, come proiezione sulla facciata di San Pietro di “immagini ispirate alla misericordia, all’umanità, al mondo naturale e ai cambiamenti climatici”. “Un’opera d’arte contemporanea” sempre secondo monsignor Fisichella “che racconta la storia visiva della dipendenza reciproca degli uomini e della vita sulla terra con il pianeta, al fine di educare e ispirare un cambiamento sui temi del cambiamento climatico senza distinzione di generazioni, culture, lingue, religioni e classi”.

Dunque, non l’Isis ha profanato il cuore della cristianità, non gli estremisti del credo laico hanno fatto scempio del credo cattolico, non i soliti artisti blasfemi e affetti da coprolalia hanno lordato la fede di tanti cristiani. Non c’era bisogno di perquisizioni e di metal detector per sbarrare l’ingresso ai vandali nella cittadella di Dio: erano già dentro le mura e avevano già innescato la loro bomba in multicolor e in mondovisione al calduccio della stanza dei bottoni.

Chi siano gli sponsor e i committenti che hanno offerto questo inquietante spettacolo “a titolo gratuito al Vaticano” è già stato spiegato in un articolo pubblicato da Vigiliae Alexandrinae (vedi qui) e ripreso da Riscossa Cristiana (vedi qui): il peggio del mondialismo anticristico, su cui non occorre ritornare. Ma non si può tacere che questo universo oscuro sia stato preso sottobraccio dalla Chiesa cattolica guidata dal vescovo venuto dalla fine del mondo, non certo per convertirlo ma per farsi convertire: laddove ve ne fosse ancora bisogno, perché, se il Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione delle Nuova Evangelizzazione dice quello che ha detto a proposito dello scempio avvenuto in San Pietro, non vi possono essere più dubbi sul contenuto come minimo a-cristiano della “Nuova Evangelizzazione”.

Il tempo delle illusioni è finito. Non c’è più una terra di nessuno in cui acquattarsi dentro una buca sperando che le bombe cadano altrove. Non è più possibile illudersi che ci sia ancora qualcosa da salvare nell’osceno magistero di questi pastori di anime morte, di questi chierici del dubbio e del nulla che nominano Dio invano e si accaniscono sul suo Corpo Mistico e profanano il suo Corpo Eucaristico.

Ha un bel dire, monsignor Fisichella, ma le immagini che hanno cancellato la basilica di San Pietro agli occhi dei fedeli non sono affatto ispirate alla misericordia. Non alla misericordia insegnata da Cristo, l’unica che, d’altra parte, ha titolo di chiamarsi con questo nome. Sono il catechismo popolare della nuova religione che Bergoglio ha codificato nell’enciclica in verde tanto gradita ai potenti della Terra. Così come un tempo, tanto nelle cattedrali quanto nelle cappelle di campagna, gli affreschi, i quadri, le statue insegnavano la fede cattolica ai poveri e agli illetterati, la sera dell’8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria, è stato inaugurato il nuovo barocco elettronico per edificare il popolo nelle nuova religione della tenerezza ambientale di cui Bergoglio e il sommo pontefice.

Quelle immagini sono il catechismo figurato di una religione che ha eretto a dogma la misericordia separata dalla giustizia. Una misericordia che può essere molto spietata, basta che lo voglia chi ha il potere di esercitarla poiché chi può decidere autonomamente di essere buono può anche decidere autonomamente di essere cattivo. Una misericordia che condensa in una sola parola la triade tremenda di liberté, fraternité, egalité e, come quella trinità rivoluzionaria, mentre finge di irrorare di miele le ferite del mondo, chiede il sangue di chi non vi si inchina e non vi accende il granello di incenso.

La neochiesa della misericordia è quella che si intenerisce davanti al destino dei microrganismi e proietta l’immagine di teneri animali sulla facciata di San Pietro e poi manda sotto processo e toglie il lavoro al professore di religione che mostra agli allievi un documentario sull’aborto. È quella che fa volentieri rotolare le teste di sacerdoti, vescovi e cardinali incapaci o solo esitanti nella resa al mondo. È quella che distrugge ordini fiorenti perché rappresentano il sopravvivere della Tradizione dentro una Chiesa che non ne vuole più sapere. È quella che espelle dagli organi di stampa e chiude le porte anche dell’ultimo oratorio ai pochi laici che osano continuare a essere cattolici.

Questa neochiesa si è palesata definitivamente, se ancora ve ne fosse bisogno, con l’orrendo spettacolo andato in scena in San Pietro la sera dell’8 dicembre, non lo si ricorderà mai abbastanza, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria. E bisogna riconoscere che tutto si è svolto in un modo perfetto, con quelle immagini di animali stupidamente teneri, di bestie educatamente feroci, di ambienti orribilmente incontaminati che hanno rivestito fino quasi a soffocarlo il cuore della “Vecchia Religione”.

Tigri, leoni, leopardi, orsi sono stati intronizzati come vitelli d’oro sulla facciata del luogo in cui è sepolto il principe degli apostoli, sono stati presentati all’estasi di una folla istupidita e ignara, in attesa di scendere nella piazza e fare strage delle anime di chi li invoca senza neppure saperlo, come in una sorta di Bataclan tremendo e potente ben oltre quello di Parigi: e poi di entrare nel tempio di Cristo per farsi adorare sul suo altare.

E non si può tacere che le immagini di quegli animali sono state ammirate dal Papa “dalla finestra della sua stanza” proprio lì, nei luoghi in cui i cristiani venivano martirizzati e sbranati dalle belve perché non avevano accettato di inchinarsi al mondo.

Non sta ai poveri uomini stabilire come e quando la Provvidenza deciderà, se lo deciderà, che la misura è colma. Ma è da stolti cercare il buono dove non può esserci solo perché è troppo doloroso ammettere che in quel luogo non c’è più. Il che non vuol dire che la Chiesa cattolica viene o verrà meno, vuol dire la Chiesa cattolica è occupata da falsi profeti che stanno cercando di deturparla, di farne un falso oracolo invertito che porti gli uomini alla perdizione.

E non si può dire che non lo stiano dicendo con chiarezza. Al termine della sterminata Laudato si’, dopo aver sorriso sul destino dei poveri microrganismi che tanto intenerisce il mite Bergoglio, si può solo provare sgomento pensando che quelle pagine sono vergate e firmate dal Vicario di Cristo. Lo spettacolo che il poetico Bergoglio ha ammirato dalla sua finestra la sera dell’8 dicembre può solo mettere i brividi per la ferocia che nasconde sotto il tenero manto di una misericordia senza Cristo. E, forse, vale pena di ricordare che, proprio l’8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria, entrava in vigore il motu proprio con cui il provvidente Bergoglio ha sottratto il sacramento del matrimonio ai diritti di Dio per consegnarlo alle voglie matte degli uomini.

Ormai è tutto chiaro, cari amici che ancora vi illudete che sia in atto una finissima strategia per conquistare il mondo a Cristo pensata da questi pastori delle anime morte. Non saranno i tagliagole islamici o di chissà quale altra religione a venirci a prendere per l’atto finale. Non saranno i fanatici dell’apocalisse laica a farci inginocchiare davanti alle divinità dei tempi nuovi e delle terre nuove. Saranno coloro che si professano cattolici, in nome di una Nuova e Tremenda Evangelizzazione, gli esecutori delle condanne emesse dal mondo e dal suo padrone contro coloro che non accetteranno di portare il numero della Bestia.

Allora, sì che tutto sarà compiuto, nei disegni dell’avversari di Cristo. La Chiesa, che un tempo aveva nel potere civile il suo braccio secolare, sarà divenuta il braccio spirituale del potere laico. L’inversione avrà soddisfatto i desideri dell’avversario di Cristo. Ma proprio allora, se almeno qualcuno avrà continuato a sperare contro ogni disperazione, la Provvidenza avrà vinto.

Fonte: Riscossa cristiana (vedi qui)